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La passeggiata di Antonio
Vanni
È una prosa quella presentata
da Antonio Vanni nei brevi racconti della raccolta La
Passeggiata, lieve, levigata con intermezzi poetici che rivelano
un animo estremamente sensibile che, nel suo insieme, lascia
intravedere un temperamento ansioso.
Non sono eventi tipici del racconto realistico ma un pretesto per un
“viaggio” dentro di sé, alla ricerca, tramite l’immaginazione e
l’affabulazione oniriche, di una condizione “originaria”, quasi,
detta à la Husserl,
precategoriale, prima, cioè, in poche parole, delle forme
logico-intellettuali dell’Intelletto inteso come “insieme” di forme
scientifiche.
Lo sappiamo che i filosofi del Sei/Settecento (da Hobbes a Rousseau)
cercavano quell’immaginifico “stato di Natura” quale postulato, o
astrazione pura o convenzione ancora, per le loro teorie sullo
Stato, sulla Libertà dell’Individuo e sulla Sua Natura, pur non
credendo affatto che esso fosse buono o cattivo “per natura”, per
condizione dell’essere esistenziale. Solo postulati, quindi, per
rendere o giustificare le varie teorie politiche che andavano
delineando intorno alla società umana e alle sue istituzioni. Colgo
l’occasione qui, per rivalutare la teoria hobbesiana, anche se
Hobbes dai piú non è molto amato, teoria tralasciata anche e poco
studiata, che anticipa e di molti secoli una profonda analisi
esistenziale ma, come detto, non è il luogo questo per parlarne in
modo adeguato.
Se per i filosofi succitati «l’originarietà» era pura astrazione,
repetita juvant, in Vanni la sua ricerca sembra acquisire un
senso forte, reale, veramente esistente o esistita. E tutto sembra,
in questi racconti brevi, romanticamente o con sensibilità
romantica, meglio ancora, ruotare attorno a tale presupposto.
Diventa il “narrare” di Vanni quindi una mitizzazione di uno stato
buono e puro, innocente dell’uomo onde la chiave per com-prendere
tali racconti nella sua pienezza.
L’atmosfera dominante è quella della rêverie, del sogno ad
occhi aperti quasi per recuperare una dimensione piú umana del
vivere, dell’«ek-sistere» tanto duro quanto alienante che
caratterizza l’uomo d’oggi, espropriato di sé, alienato dei suoi
valori fondanti che non sono quelli propinatici da un
turbo-capitalismo “hi-technologico”. Questo sorpassa, cela le
esigenze sentite dell’uomo, lo disumanizza tramite falsi bisogni e
propinandogli false mete: lo aliena o cerca di farlo e sembra che in
tale operazione ci riesca e anche troppo bene, purtroppo.
Donde il bisogno di sognare, di recuperare la dimensione
dell’Umanità in quanto tale che avvertiamo nell’opera breve
dell’Autore molisano anche se sovente, nonostante lo spirito
“catartico”, mi pare, pecchi di una certa ingenuità (ma ogni poeta è
ingenuo). Comunque tot capita, tot sententiae, e poi non è
detto che un’opera raggiunga la perfezione – e ci tengo a
riaffermarlo – che una critica non è per nulla un’esegesi. Proprio
perché si tratta di una critica, di un giudizio, letteralmente,
etimologicamente, questo mio breve appunto non vuole né tende a
tessere elogi ma piú modestamente ed onestamente a capire ciò che
l’Autore ha creduto o crede di dire, di esprimere. È al lettore che
spetta l’ultima parola. Il critico ha il compito, lui pertinente, di
indirizzarlo su linee direttrici. Non può far altro, pena
l’esproprio del pensiero dell’autore e proporre la sua visione in
modo violento, anche se raffinatamente celato, all’eventuale
lettore. Tale operazione sinceramente è contraria ai miei principî
deontologici.
Enrico Marco Cipollini
Antonio Vanni, La
passeggiata, racconti, Eva Edizioni, Venafro 2007, pp. 68, € 8,
00.
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