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Queste dodici recensioni sono un
pretesto per enunciare dei concetti filosofici, è la dimostrazione
che tramite dei film si può fare filosofia. In esse si dipanano
alcune linee portanti come la musica e la danza di cui vengono
delucidate delle caratteristiche concettuali. La musica e la danza
sono viste come il culmine dell’essere, di qui la categoria della
con-sonanza, la cui privazione, come in “Schultze vuole suonare il
blues”, genera la deriva esistenziale nell’im-mondo. Aggettivazione
sostantivata coniata sul modello di im-morale e im-mortale e che
indica ciò che è l’altrove del mondo la cui sostanza è la
comunicazione e la sua negazione genera lo scivolamento
nell’im-mondo destino del solus ipse come in “Levity”. Se la verità
dell’esserci è il con-esserci, il fondamento strutturale di
quest’ultimo è la con-sonanza, concetto che ha a che fare con la
musicalità come danza della voce. La danza è vista come il culmine
della bellezza e questo apre un problema che potrebbe essere
analizzato in quattro forme: 1) la danza del pennello 2) la danza
della penna 3) la danza della voce 4) la danza del corpo. Essa come
bellezza che non è invischiata nella terra né attratta dalla
“gravità” del rituale della forza-lavoro permette a Billy Elliot di
uscire dalla sua classe sociale, di essere ontologicamente “leggero”
e quindi di superare il fondamento onnipervasivo senza scivolare
nell’abisso dell’in-fondato come il protagonista di “La finestra di
fronte”. In questo crescendo in quattro stadi si passa dal gesto
della mano nella danza del pennello che è legata all’immagine, alla
sua astrazione in cui si descrive l’essenza della cosa nella
mediazione della scrittura che, come in “Secret window”, emerge dal
nulla del protagonista, il nulla della follia in cui manca
l’oggettivazione della voce, e culmina quindi nella danza del corpo
in cui è oltrepassata la distinzione significante/significato.
L’estetica come filosofia prima trova spazio in queste recensioni
nelle sue varie forme: l’immagine e il segno distintivo che
contrassegnano la nobiltà, la scrittura, il suono, che strutturato
nella musica non è solo la manifestazione dell’essere ma la sua
stessa struttura o sostanza, e appunto la danza che dissolve il
vincolo strutturato del corpo, con un accenno alla teoria per cui la
plasmazione della materia nell’arte non è soltanto espressione ma
conoscenza. Mentre il filosofo attua una danza geometrica astratta
di concetti che intendono ricoprire l’essere e rispecchiarlo,
l’artista, in quanto plasmatore di materia, è il nuovo demiurgo
platonico, che con la visione del mondo delle idee plasma e riplasma
il mondo delle forme lavorando sull’apparenza. Concetto che Platone
criticava in quanto l’arte, che è copia della copia, si distanzia
doppiamente dalla verità. A nostro avviso invece essa si avvicina
maggiormente alla verità immergendosi nella sostanza stessa
dell’essere. L’artista non soltanto esprime la verità con efficacia,
come diceva Bion a proposito dello psicanalista, ma la può
effettivamente esprimere in una molteplicità di forme potenzialmente
infinita in quanto è in con-sonanza con la verità stessa.
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